
«Perché l’ho fatto? Perché sono stato costretto» Mosè Benazzi, IT Manager di Nuova Star S.p.A. di Zola Predosa (Bologna), riassume così, nell’intervista con Davide Galanti di Serverlab, il passaggio da VMware a Proxmox. Non c’era un progetto di rinnovamento nel cassetto, né il desiderio di provare qualcosa di nuovo. A un certo punto il costo delle licenze VMware è triplicato, ed era necessario trovare una soluzione.
È una situazione che molte aziende conoscono bene. Dopo l’acquisizione, Broadcom ha portato VMware a un modello basato esclusivamente su abbonamento, interrompendo la vendita delle licenze perpetue. Chi le possiede può continuare a usarle, ma alla scadenza del contratto di supporto perde assistenza e aggiornamenti, se non decide di passare all’abbonamento. Per Nuova Star restare avrebbe comportato un importante aumento di costi. Restare sarebbe costato tre volte tanto. A quel punto non restava che guardarsi intorno.
La proposta di Serverlab è stata Proxmox VE, una piattaforma di virtualizzazione open source. Nell’intervista, pubblicata a ottobre 2026, Mosè racconta che la piattaforma è in produzione da circa due anni. Ci dice che le macchine virtuali (VM) accese sono quasi sessanta e che si tratta di server virtuali. Ci racconda delle sue otto postazioni VDI (Virtual Desktop Infrastructure, desktop erogati dal data center anziché dal singolo PC), usate per il CAD e distribuite attraverso Parallels RAS. Non è un ambiente di prova, ma il cuore operativo dell’azienda.
I bilancio, nelle parole di Mosè, è pragmatico come la scelta che l’ha originato.
«In due anni non ho mai avuto problemi. Proxmox fa quello che faceva la piattaforma precedente, magari con qualcosina di meno, ma per noi va benissimo. E l’interfaccia è intuitiva: non sono un sistemista, ma le operazioni ordinarie riesco a gestirle in autonomia.»
L’hypervisor, però, era solo il primo tassello. Il cambiamento più importante, quello che secondo Mosè gli ha restituito la serenità, doveva ancora arrivare.
Mosè ci racconta anche che pochi giorni prima dell’intervista, in uno dei due stabilimenti di Nuova Star era in programma nel weekend la pulizia delle cabine elettriche. Quest’attività comportava il restare senza corrente per 5-6 ore. Per molte aziende una notizia del genere voleva dire una cosa sola: fermare tutto e sperare che alla riaccensione ogni servizio riparta. Il gruppo di continuità (UPS) ovviamente c’era, ma non era pensato per un’interruzione così lunga.
Come dice Mosè, quelle ore «non le regge».
Così Mosè ha spento metà del data center. e l’azienda non si è fermata. Per capire perché non ci sono stati blocchi bisogna guardare a come è stata ridisegnata l’infrastruttura insieme a Serverlab.
Si è realizzato un data center distribuito su due stabilimenti. Non c’è un sito principale affiancato da un sito di disaster recovery che resta acceso ad aspettare un’emergenza: entrambe le sedi lavorano ogni giorno. Le macchine virtuali sono suddivise tra l’host Proxmox di una sede e quello dell’altra. A tenere insieme le due metà è la rete.
Mosè ha spento buona parte dei server della sede coinvolta senza spostarli e nessuno si è accorto di niente.
Il punto è proprio questo: un’intera sede spenta e il lavoro che può continuare. Per ottenerlo non è stato necessario costruire e mantenere un secondo data center dedicato. Le risorse erano già lì, in uso ogni giorno, e ciascuna metà fa da rete di sicurezza per l’altra.
C’è però un limite, che Mosè stesso indica. In caso di guasto imprevisto, il ripristino delle VM è manuale e richiede circa 5-10 minuti.
In sintesi, con un data center Proxmox distribuito su due sedi attive, Nuova Star può continuare a lavorare anche con uno stabilimento spento, accettando un ripristino manuale delle VM in caso di guasto.
Per Nuova Star è un compromesso chiaro. La differenza rispetto al passato la riassume Mosè: prima, se si spegneva una macchina, era finito. Oggi può contare su due sedi, e una delle due è sempre accesa.
Le VLAN non sono certo una novità, si usavano già molti anni fa. Viene allora spontaneo chiedersi quale sia il valore aggiunto di Fortinet in questo progetto, e Mosè non ha dubbi: è l’interfaccia.
Il lavoro sulla rete era partito da tempo e si è concluso con la sostituzione di switch e firewall con apparati Fortinet. Insieme allo staff Serverlab, Mosè ha diviso la rete interna in circa una decina di VLAN, tenendo conto del tipo di dispositivo e di chi ha bisogno di uscire verso Internet. Server, macchine di assemblaggio e ospiti hanno così ciascuno il proprio segmento, con l’obiettivo di avere più controllo su chi fa cosa e un livello maggiore di sicurezza interna. Lo stesso vale per i terminalini del magazzino, che lavorano su una VLAN dedicata da cui possono raggiungere soltanto l’IBM P10 (il vecchio AS/400), senza vedere nient’altro.
Il cambiamento più evidente, però, riguarda la gestione quotidiana. Dall’interfaccia Fortinet Mosè vede subito chi è collegato a ogni porta degli switch e quali VLAN ci passano, senza dover staccare e riattaccare cavetti per capire cosa c’è dall’altra parte.
In sintesi, con apparati Fortinet Nuova Star ha diviso la rete in circa dieci VLAN e ha isolato i terminali di magazzino. Il valore aggiunto, per l’IT Manager, è la visibilità offerta dall’interfaccia.
Ma una rete più ordinata è solo una parte del risultato. Per Mosè il vero guadagno si vede nella gestione di tutti i giorni, dove oggi gli bastano poche console per avere sotto controllo l’intera infrastruttura.
Il lavoro quotidiano di Mosè ora parte da due o tre console, che gli restituiscono un quadro dei problemi presenti o di quelli che potrebbero presentarsi. Non dice che sia facile, ma la complessità si è ridotta. Da lì pianifica gli interventi con un’idea abbastanza chiara di ciò che succede.
La console di Parallels RAS gli mostra chi è collegato, cosa sta facendo e lo stato dei server. Quella di Proxmox gli segnala eventuali picchi anomali nel consumo delle risorse. Il sistema di monitoraggio installato da Serverlab tiene invece sotto controllo switch, datastore e antenne, e perfino la sbarra del cortile: se non risponde al ping, vuol dire che non si apre.
Tre console possono sembrare poche per un’intera infrastruttura, ma per Mosè è proprio questo il punto. Il suo principio è togliere tutto ciò che non serve.
«Meno ne ho, meno si rompe.»
Lo stesso vale per gli strumenti di gestione. Come ricorda Davide durante l’intervista, con Citrix servivano quattro console per fare ciò che oggi Parallels fa con una sola.
In sintesi, l’infrastruttura di Nuova Star si gestisce ogni giorno con tre console: Parallels RAS per gli utenti, Proxmox per le risorse e il monitoraggio di Serverlab per la rete e i dispositivi.
La storia di Nuova Star non racconta un’infrastruttura perfetta. Racconta un’infrastruttura pensata sulle esigenze reali dell’azienda, con limiti conosciuti e accettati, e abbastanza semplice da essere governata ogni giorno da chi la gestisce. Se anche tu stai valutando un’alternativa a VMware, la domanda da farsi non è quale tecnologia sia la migliore in assoluto, ma quale architettura abbia senso per la tua azienda. Guarda l’intervista completa e, se vuoi capire se questo modello può funzionare anche nel tuo ambiente, parliamone.
Nel caso di Nuova Star sì. Da circa due anni Proxmox VE gestisce in produzione 57 macchine virtuali, tra server e postazioni VDI per il CAD su Parallels RAS, senza problemi segnalati dall’IT Manager. Ha qualche funzionalità in meno rispetto all’ambiente VMware precedente, ma per il contesto dell’azienda è sufficiente. La valutazione va comunque fatta sul singolo ambiente, in base alle funzioni effettivamente utilizzate.
Per ragioni economiche. Con il passaggio di VMware al modello in abbonamento voluto da Broadcom, il costo delle licenze per Nuova Star si è ritrovato triplicato da un giorno all’altro. L’azienda ha quindi valutato un’alternativa con il supporto di Serverlab, che ha proposto Proxmox VE.
Secondo l’esperienza dell’IT Manager di Nuova Star, per le operazioni ordinarie no. L’interfaccia è intuitiva, e spegnere o riaccendere macchine virtuali e host è abbastanza semplice da permettere una gestione autonoma anche a chi non fa il sistemista di mestiere.
Il data center di Nuova Star è distribuito su due stabilimenti, entrambi attivi. In caso di spegnimento programmato, le macchine virtuali possono essere spostate sull’host dell’altra sede e l’azienda continua a lavorare. In caso di guasto imprevisto, invece, le VM dell’host spento vanno riaccese manualmente sull’altro, in circa 5-10 minuti, perché manca il riavvio automatico. Il vantaggio è avere continuità operativa senza il costo di un secondo data center dedicato.
Serve a separare i dispositivi in base al tipo e alla possibilità di accedere a Internet. Nuova Star ha diviso la propria rete in circa una decina di VLAN, tra cui segmenti per server, macchine di assemblaggio, ospiti e terminali di magazzino. L’obiettivo è avere più controllo su chi fa cosa e più sicurezza interna.
Secondo l’IT Manager di Nuova Star è l’interfaccia. Permette di vedere subito quale dispositivo è collegato a ogni porta degli switch e quali VLAN ci passano, senza dover staccare e riattaccare cavi per capire cosa c’è dall’altra parte.
Due o tre: Parallels RAS per gli utenti collegati e lo stato dei server, Proxmox per i consumi di risorse, e un sistema di monitoraggio installato da Serverlab per switch, datastore e antenne. Il principio dell’IT Manager è ridurre al minimo strumenti e componenti, perché meno ce ne sono, meno cose si rompono.
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