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Passare da Citrix a Omnissa: guida alla scelta tra VDI e RDS

Citrix vs Omnissa

C’è un aspetto, nei progetti di virtualizzazione del desktop, che viene spesso sottovalutato: quando un ambiente smette di funzionare bene, la tentazione è quella di sostituire subito la tecnologia, senza fermarsi a capire se il problema sia davvero la piattaforma oppure il modello scelto per erogare le postazioni di lavoro.

Prima di decidere se migrare o sostituire un prodotto, è necessario prendersi il tempo per identificare il modello operativo più adatto ai carichi reali dell’azienda. Nel nostro lavoro abbiamo visto casi in cui il vendor veniva cambiato senza ripensare l’architettura sottostante, con il risultato di non risolvere il problema e, in alcuni casi, di aggravarlo.

È esattamente questo il punto emerso nel caso che vi racconto in questo video. Un IT manager aveva già maturato una decisione precisa: dismettere una farm Citrix che nel tempo aveva generato molti problemi e passare a Omnissa.

Il vero problema non è il vendor

Questa storia è utile proprio perché mostra una verità ricorrente. Quando un’infrastruttura Citrix crea malfunzionamenti, lentezza o comportamenti sporadici, il problema reale può non essere il prodotto in sé ma la scelta dell’architettura e della progettazione attorno ad esso. Sostituire il fornitore senza ripensare il modello rischia di portare agli stessi limiti operativi o a costi maggiori.

Nel caso descritto, il malessere verso Citrix era così forte da far scartare quasi a priori l’ipotesi di un recupero o di una revisione della farm esistente, che in tutta sincerità era la cosa da fare.

La decisione era orientata verso una sostituzione radicale. Ed è proprio questo è il nodo da sciogliere: se la soluzione desiderata non è davvero quella più adatta al tipo di lavoro da erogare, si otterrà una crescita dei costi e probabilmente altro malcontento.

Omnissa Horizon e VMware Horizon: cosa cambia davvero

Per capire bene i temini della questione, conviene però fare un passo indietro. VMware Horizon ha rappresentato per anni una delle soluzioni più note nel mondo VDI, basata su macchine virtuali dedicate raggiunte dal protocollo Remote Desktop. Questo approccio è nato per rispondere ai limiti storici del terminal server, offrendo a ogni utente una postazione virtuale personale.

L’idea alla base era semplice e molto apprezzata: invece di gestire ambienti complessi e spesso fragili su terminal server, ogni utente poteva avere una propria postazione virtuale, con un rapporto uno a uno tra utente e macchina. Per molti contesti, soprattutto quelli che avevano vissuto male l’esperienza con Citrix o con infrastrutture basate su sessioni condivise, questa impostazione appariva più chiara, più lineare e soprattutto più facile da comprendere.

Quando poi VMware è passata sotto il controllo di Broadcom e la parte Horizon è stata ceduta, è nata Omnissa, che ha ereditato e ampliato il portafoglio. Omnissa non è solo “VDI puro”, ma oggi copre anche scenari con Terminal Services Session / RDSH oltre alle Desktop Virtual Machines. Quindi può stare sia nel mondo “una macchina virtuale per utente”, sia in quello “sessione condivisa su server”. Questo aspetto è importante, perché spesso si fa confusione tra le due cose: una postazione virtuale dedicata non è la stessa cosa di una sessione condivisa.

VDI e RDS: le differenze da capire prima della scelta

Nel caso raccontato, la scelta iniziale non era orientata verso una soluzione session-based, ma verso un modello one to one. E qui nasce la vera perplessità.

La distinzione tra VDI e RDS è fondamentale. Nel modello VDI one-to-one, ogni utente ha una macchina virtuale dedicata. È la soluzione più adatta quando servono isolamento, compatibilità specifica o potenza grafica, ad esempio per postazioni CAD, 3D o applicazioni particolarmente esigenti.

Nel modello RDS one-to-many, invece, più utenti condividono le risorse di uno o più server. È la soluzione più efficiente per ambienti office, ERP, applicazioni gestionali e altre attività general purpose, perché consente di ottimizzare risorse e costi.

Guida alla scelta del VDI

Ed è proprio qui che il ragionamento diventa più delicato. Se si adotta una postazione virtuale individuale per sostituire un normale ambiente di lavoro office, il rischio è solo di moltiplicare i costi senza ottenere un reale vantaggio funzionale. Una soluzione one to one, infatti, richiede risorse molto più elevate rispetto a un’architettura a sessioni, e questo si traduce in maggiore complessità infrastrutturale, maggiore consumo di risorse e spesso anche maggiore difficoltà di gestione.

Al contrario, una soluzione a sessioni offre un rapporto più favorevole tra prestazioni e costi, perché consente di far lavorare più utenti sulle stesse risorse server.

Il caso descritto nel video è emblematico perché mostra chiaramente questo punto: se l’obiettivo è far lavorare utenti su applicazioni standard, la scelta di una macchina virtuale dedicata a ciascuno è sproporzionata. Al contrario, un sistema a sessioni offrirebbe una densità maggiore, con un rapporto più efficiente tra risorse investite e numero di utenti serviti.

Per questo la riflessione non deve fermarsi alla tecnologia percepita come “migliore”, ma deve partire dall’uso reale. Un’infrastruttura virtuale non si giudica solo dalla modernità del brand, ma dalla coerenza tra architettura, carichi applicativi e obiettivi di business.

Prima di decidere una migrazione, conviene partire da domande concrete. Quali applicazioni usano davvero gli utenti? Ci sono carichi specialistici, come CAD o software grafici? Si tratta di ambienti office standard o di postazioni tecniche? I problemi attuali dipendono dal prodotto o dalla configurazione? Il costo della soluzione proposta è sostenibile nel tempo?

Il VDI per il CAD

Quando si devono supportare ambienti grafici pesanti, software CAD 3D, configurazioni molto personalizzate o esigenze specifiche di isolamento, allora il modello one to one è il più corretto e preferibile.

In questi casi, infatti, l’utente non sta semplicemente accedendo a un insieme di applicazioni condivise, ma ha bisogno di una propria macchina virtuale con un comportamento più vicino possibile a quello di un client tradizionale. È una scelta che ha un valore tecnico e operativo molto preciso.

Ma se si parla di ambienti general purpose, dove l’obiettivo è permettere agli utenti di lavorare in modo affidabile su strumenti standard, il VDI on to one è una soluzione sovradimensionata.

Cosa ho imparato

La lezione che viene fuori da questo episodio, secondo me, è molto semplice ma anche molto spesso fraintesa: quando un ambiente non funziona, la prima reazione è quasi sempre quella di dire “cambiamo tutto”. Ed è comprensibile, perché se una farm Citrix negli anni ha creato problemi, mal di pancia e complicazioni operative, la tentazione di azzerare e ripartire è fortissima. Però il punto vero non è mai soltanto la tecnologia in sé. Il punto è capire se il modello scelto per lavorare è davvero quello giusto per la tua realtà: per il tipo di utenti, per il tipo di applicazioni e per il modo in cui quell’infrastruttura deve stare in piedi nel tempo.

Per questo, prima ancora di chiedersi se passare a Omnissa sia la scelta corretta, bisognerebbe fermarsi un attimo e domandarsi: ci serve davvero una postazione dedicata per ogni utente, oppure ci serve una soluzione più semplice, più densa e più sostenibile basata su sessioni? Perché se sbagli questa domanda all’inizio, poi puoi anche cambiare piattaforma, ma il rischio è di portarti dietro lo stesso errore in una forma diversa. E alla fine ti ritrovi con un ambiente nuovo, più costoso, più complesso e non necessariamente più adatto al lavoro che devi far fare alle persone.

Prima di intraprendere una migrazione, analizza le cause reali dei problemi della tua FARM. Contattaci per una valutazione oggettiva della tua infrastruttura attuale.

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